A volte ci si accosta a dei libri in maniera casuale e senza troppe pretese, per poi restare affascinati in modo sorprendente. E’ il caso di “Il cacciatore di aquiloni” di Khaled Hosseini. E’ la storia di Amir e Hassan, due ragazzi afghani legati da un’amicizia spezzata a causa di Amir e del suo forte desiderio di conquistare l’affetto del padre. Il titolo fa riferimento alla gara di aquiloni che ogni inverno si tiene a Kabul, fino al momento in cui l’Afghanistan comincia a vivere un tormentato periodo di scontri e violenze.
Amir e il padre riescono a fuggire all’invasione russa del loro Paese nel 1978 e si recano negli Stati Uniti, mentre Hassan rimane in Afghanistan. Ma anni dopo Amir dovrà ritornare a Kabul, intraprendendo un viaggio che si configura anche come un percorso attraverso i ricordi, il passato e le colpe, i rimorsi e le riparazioni che il tempo porta con sè.
Ma il valore sorprendente di questo libro non risiede solo nella trama ricca di colpi di scena e piuttosto coinvolgente a livello emotivo. La sua intrinseca importanza è insita nella sua capacità di porci di fronte a fatti di cui spesso si sente parlare, ma che restano lontani da noi. Attraverso “Il cacciatore di aquiloni” prendiamo consapevolezza della situazione dell’Afghanistan, dei problemi e dei conflitti che lo affliggono, della difficile condizione dell’infanzia in questo Stato.
Quello da cui si rimane affascinati è comunque il modo di essere, le tradizioni, la maniera di concepire i rapporti sociali degli Afghani, che l’autore riesce a descrivere con singolare bravura, facendoci quasi immergere nel modo di sentire del suo popolo, facendoci quasi respirare l’odore dei suoi cibi e osservare i colori, le conformazioni della natura della sua terra d’origine, individuare con precisione i gesti e le peculiarità degli individui che la abitano.
Il dolore e la morte visti dagli occhi di chi crede in una religione diversa dalla nostra, di chi possiede un sistema di interpretazione della realtà apparentemente lontano dal nostro, di chi ha sperimentato in prima persona la distruzione della propria casa, della propria terra, delle proprie radici. Il dolore e la morte riassunti in due diversi momenti del romanzo in frasi difficilmente dimenticabili alla mente del lettore: “E’ straziante il lamento di una madre. Che Allah ti conceda di non udirlo mai” e “Una mina. C’è un modo di morire più afghano di questo?”
Nell’era del terrorismo e degli scontri religiosi e culturali fra Oriente e Occidente “Il cacciatore di aquiloni” ci mostra il volto travagliato dell’Oriente, consentendoci di riflettere sul fatto che, al di là delle dottrine teologiche e dei differenti modi di rapportarsi alla realtà di ogni popolo, la sofferenza e l’espiazione del dolore hanno una matrice comune, forse segno inconfondibile di un’origine che ci unisce in quanto componenti di una stessa umanità.


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